VALENZA DI UN'ESCURSIONE

December 3, 2016

Quando mi proposero di andare alla ferrata del Limbo al Mucrone, nonostante la mia reticenza alle ferrate, mi aggregai. Giunti in cima, dopo circa 2 ore di puro esercizio fisico, siamo ridiscesi per il percorso normale, compiendo un' escursione ad anello che offre un percorso non ripetitivo rispetto a salita e discesa dallo  stesso itinerario, ma comunque fine a se stessa.

Lyonel Terry famoso alpinista francese definisce gli alpinisti come conquistatori dell’inutile; Royal Robbins, nella sua epoca considerato il re dello Yosemite, affermò che arrivare in vetta non è niente: è come lo fai che conta.

Dalla cima del Mucrone, contemplando il panorama, distinguo una cresta che da Oropa sale al Monte Tovo attraverso la ferrata Nito Staich, scende alla bocchetta Finestra, risale al Monte Camino  e prosegue al colle della Barma, monte Rosso, colle Chardon, monte Mars, rifugio Coda, monte Bechit, monte Roux, punta Tre Vescovi, Mombarone ed infine si abbassa sino a San Carlo di Graglia. Un profilo di cime che si stagliano all’orizzonte da est a ovest, a confine tra Piemonte e Valle d’Aosta a confine, parafrasando Gaston Rébuffat, tra terra e cielo. Ne sono affascinato, attratto, matura in me un’idea.

A casa, consulto la cartina, verifico percorsi, tempi, difficoltà. L’attrazione si è rinnovata in desiderio! Desiderio irrazionale, desiderio di esaudire un pensiero seducente.

Il poeta William Butler Yeats scrisse che ogni motivazione va seguita attraverso l’oscuro mistero della sua logica.

L’autunno passa senza aver modo di concretizzare l’idea, ma nella primavera 2013 non voglio procrastinare ulteriormente. Chiedo ad alcuni amici se interessati, ma le risposte sono: troppa lunga, c’è ancora neve, non so.

Solo Viviana, seppur titubante per alcuni percorsi in cui c’è da arrampicare, accetta. Programmiamo di partire sabato mattina molto presto, per raggiungere in serata il rifugio Coda e il giorno successivo completare l’itinerario, ma venerdì piove per cui tutto da rinviare. Sabato mattina controllo le previsioni: piogge in esaurimento in mattinata e bel tempo per domenica. Le telefono, proponendo di fare subito lo zaino per partire a mezzogiorno, comunicando altresì che dormiremo non al rifugio Coda, impossibile arrivarci in mezza giornata, ma alla capanna Renata sul Monte Camino, dove giungeremo  in serata. Il giorno seguente cercheremo di terminare il giro come da programma anche se sarà una bella “tirata”.  Viviana perplessa commenta: ma ce la faremo?  In caso di imprevisti, in cima al Mombarone c’è un rifugio, sperando che sia aperto … Sarà il tono risoluto, la convinco. Alle 12,30, posteggiato l’auto al Delubro, appena oltre il santuario d’Oropa, ci incamminiamo e dopo mezz’ora siamo all’attacco della ferrata: legatici, iniziamo a salire tra le rocce bagnate e le tormentate nebbie, ma questi aspetti rendono più “avventurosa” l’escursione che si vuole vivere. Anche la decisione di partire all’improvviso, variando le 2 tappe, si può tradurre come libertà della mente.

Al termine della ferrata, siamo sospesi tra le nebbiosità sottostanti e le nuvole in alto che lasciano filtrare alcuni raggi di sole. Mangiamo qualcosa e serenamente, continuiamo sulla dorsale che conduce al monte Tovo. Salendo, un turbinio di nuvole disegnano draghi effimeri, il vento è freddo, soffia da nord e questo è buon segno. Giunti in cima, sprazzi di azzurro confermano che le previsioni sono azzeccate. Una foto di rito e il gelido vento ci sollecita a scendere verso la bocchetta Finestra tra residui di lingue di neve. Al colle siamo nuovamente avvolti dalla bruma. Viviana, guardando la crestina che presenta alcuni tratti di arrampicata, ora dall’aspetto più impervio, esita nell’indossare l’imbrago. Forza, che è l’ultimo diletto della giornata. Ancora un incoraggiamento: finito questo tiro di corda dovremmo esserci. Salgo,  uno spit, un altro spit e mi chiedo: non vi saranno difficoltà maggiori a quanto letto sulla relazione? Ancora uno spit, ma ormai la cresta si adagia … Ora si progredisce tra una balza e l’altra, immersi completamente nella nebbia che di tanto in tanto si dirada, facendo filtrare i raggi obliqui del sole che tramonta. Ma c’è ancora molto? Tranquilla, ci siamo! Abbandoniamo la cresta e attraversiamo a mezzacosta sul pendio, tra sassi ed erba. Non si vede nulla. Ma sei sicuro che sia di qui? Slegati, e prosegui mentre io ritiro la corda. Bleffando, aggiungo … in mezz’oretta saremo arrivati. Noooo. Vuoi bivaccare qui? Continuo a beffeggiare. Demotivata, Viviana si avvia e dopo qualche metro mi apostrofa: stupido! Il sorriso ritorna sul suo volto, era nel piazzale antistante la capanna, ore 19.00. Percorso poco più che escursionistico, intrapreso per giungere alla meta di sera, avvolti dalle nebbie che davano un senso più profondo di isolamento, la consapevolezza che l’indomani ci sarebbe stata una tappa ancor più lunga, l’incertezza sulle condizioni di innevamento, insomma con uno spirito underground, l’escursione ha riservato intime emozioni, assumendo una valenza diversa dal semplice salire.

La rifugista è una simpatica ragazza coadiuvata dal suo compagno, altri 2 ragazzi e una loro amica, tutti molto cordiali e genuini. Nella saletta si diffonde musica di Jimi Hendrix, Santana, Bob Dylan, mentre fuori, il tramonto è da immortalare: due escursionisti tedeschi e due di Torino non si risparmiano con le loro reflex. Viene servita la cena abbondante ed appetitosa, mentre la notte avvolge la capanna Renata. Il cielo brillante di stelle e la pianura sfavillante di luci, provocano intense suggestioni. Tra le persone aleggia un’atmosfera fraterna che, col girare di grappe e genepy si trasforma in comunione. Very nice, very nice ripete l’austero anziano tedesco. Emozioni inattese.

Il risveglio è un dono, una sinfonia della natura. A oriente, solenne sale il sole purpureo ad ispirare  uno nuovo giorno. Dietro la capanna, sulla dorsale dove è edificata una cappella, la visione è mozzafiato. Il monte Rosa ammalia nella sua maestosità, acceso di colore vivo; il Cervino, il Combin, il monte Bianco, il Gran Paradiso affascinano nelle sfumature più lievi e oltre la pianura, il Monviso e tutte le alpi Marittime evanescenti. Quasi s’intravvedono le navi ormeggiate al porto di Genova … L’amica della rifugista, seduta su una pietra, ammira estasiata tanto splendore ed esclama: mi sembra di sognare, cosa non darei per salire una volta sui quei ghiacciai! Ehhh, se vuoi … offro una timida disponibilità.

Ma oggi il percorso è alquanto lungo, meglio accomiatarsi e darsi un’anda. Scendiamo al colle della Barma, ci leghiamo e iniziamo salire la cresta che conduce al monte Rosso. Superato il caratteristico dado trafitto da spit, in breve giungiamo in punta. Continuiamo sull’affilata crestina, che scende al colle Chardon. Piccola pausa, il tempo di mangiare una banana, una mela e via, su per la ferrata Ciao Miky che conduce in vetta al Mars. L’itinerario è divertente, talvolta impervio, remoto, il panorama sempre meraviglioso, una luce  singolare avvolge: vibrazioni che elevano a sentimento sublime. Ma ahimè, la situazione sta cambiando. Si sentono alcune voci all’attacco della ferrata e vapori iniziano a nascondere la cima del Mars. Mentre percorriamo la cresta finale, dopo la ferrata, scendono le nebbie fino ad avvolgerci per poi accompagnarci alla cima.

Eccoci arrivati, brava, ti è piaciuta? Questa mattina è stato veramente affascinante e avevi ragione, finora nulla di difficile, però lunghetta, sospira Viviana.

Sai, Tom Frost, pioniere dello Yosemite, sosteneva che “la difficoltà tecnica non è essenziale, è il livello d’impegno e d’avventura che rende spirituale una salita”.

Questo non significa montagna messaggera di valori, filosofia di vita!

Il mitico Warren Harding esclamerebbe: “Ahhh, ancora con questa fissa della filosofia,  ma che diavolo vi prende a tutti? Il mio è semplicemente un sogno, un sogno e una necessità. Sogno di essere su quelle pareti color ocra, lisce e mostruose; sogno di fondermi con loro e di uscirne strisciandoci sopra come una lucertola. Pareti remote sono un’immersione nel mondo selvaggio di cui, un selvaggio come me ha probabilmente bisogno. E non per conquistarlo, ma piuttosto per ritrovarsi. Per tornare a casa con la rassicurazione che quello spirito, da qualche parte, esiste ancora, oltre che dentro di me”.

“Sogno di fondermi con loro … non per conquistarle, ma per ritrovarsi”: che nobili sentimenti! Mi ricordano Giovanni che, nonostante il brutto tempo, ora inseguirebbe un rapporto più intimo con la montagna.

Vedi, la montagna dovrebbe essere vissuta liberamente: il sogno, la fantasia, la sensibilità della persona, sono impulsi per rinnovare emozioni, scoprire nuove dimensioni, per ritrovarsi. Anche per questo motivo deve essere salvaguardato il Wilderness, ambiente in cui si possa ricercare l’avventura, il confronto, la comunione con gli elementi.       

Imporre dogmi, omologare il vivere la montagna, non conservare l’ambiente selvaggio è privare della libertà.

A tutti coloro che perseverano nella presunzione, vorrei dire di riflettere sui versi della pioggia nel pineto di Gabriele d’Annunzio: “Taci. Su le soglie del bosco non odo parole che dici umane, ma odo parole più nuove che parlano gocciole e foglie lontane. Ascolta”.

 

Viviana mi sberleffa: "non conoscevo questa tua verve poetica, ma adesso andiamo, prima che piova sui nostri volti silvani …"

In effetti il tempo sembra volgere al peggio. Scendiamo comunque, come da programma, verso il rifugio Coda, attraverso il sentiero attrezzato, sotto la cresta Carisey sul versante Valdostano. Quando saremo al colle della Sella a 5 minuti dal rifugio, vedremo il da farsi. Qualche difficoltà sui ripidi canaloni pieni di neve, che nasconde le corde fisse. Minacciosi nuvoloni neri e le prime gocce d’acqua rendono ancor più tetro l'ambiente. Giunti al colle alle 13.30 e valutato che per giungere in vetta al Mombarone ci vogliono ancora più di 3 ore, poi  2 ore e mezza per la discesa, che l’auto si trova da tutt’altra parte, la pioggia imminente, si decide consensualmente senza indugi di rientrare rapidamente per evitare un' immane lavata. Con passo spedito ci avviamo lungo il sentiero che conduce al rifugio Rosazza e prosegue al lago del Mucrone. Quando giungiamo, un pallido sole che filtra dalle nuvole ci induce alla sosta. Ci stendiamo sul prato tra il vociare dei turisti. Finita la poesia!

"Eh già, e non abbiamo completato l’itinerario", mi fa eco Viviana.

Ma l’idea è stata vissuta, ricca di emozioni che si sono susseguite come per magia.

Se continuavamo, ora saremmo a “raspare” sotto l’acqua, su e giù per le creste, con la fatica che si sarebbe fatta sentire. Il rimanente percorso si sarebbe trasformato in uno sterile progredire, vincolati dall’arrivare in cima, tappa obbligata per poter scendere e con il pensiero ripetitivo: ma quando finisce?

In montagna non mi piace sfiancarmi, prediligo instaurare un rapporto armonioso con la natura, liberando quell’impulso del vagabondare, ricercando magiche vibrazioni: dare una valenza diversa dal semplice salire …

Viviana, dileggiandomi: si, si, va bene, ma adesso dobbiamo scendere, ci rimane ancora più di un’ora per raggiungere l’auto!

 

monte rosa dal monte camino

 

cervino dal monte camino

 

monte  bianco dal monte camino

 

gran paradiso dal monte camino

 

 

 

 lago del mucrone

 

 ferrata tito stanich al monte tovo

 

cresta est monte camino

 

in prossimita del monte mars

 

prima parte del percorso e dal rifugio rosazza, l'itinerario di discesa

 

 seconda parte dell'itinerario, dal monte camino alla cima del monte mars

 

 

 

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