UN ALPINISTA DA IMITARE

May 11, 2016

INTERVISTA ALLA GUIDA ALPINA MARTINO MORETTI

 

Solitamente, nel descrivere la biografia di un personaggio di fama, si tende ad esaltarne le gesta della sua arte e  le doti umane. Nel caso di Martino, diventa difficile mettere in luce la sua carriera alpinistica utilizzando aggettivi qualificativi senza ledere la semplicità e modestia di un uomo che ha privilegiato l’azione alle parole. Anche le imprese al limite delle possibilità umane, le racconta come se fossero  avvenimenti ordinari.

Una caratteristica che accomuna un po’ tutti gli uomini di montagna è di essere chiusi, schivi, come se dall’alto del loro cimentarsi tra dirupi e voragini a sfidare la gravità diventassero dei super uomini, lontani dal quotidiano. Martino invece, guidato da una acuta intelligenza, è aperto, sempre disponibile a conversare e al confronto. Anche con i clienti, nelle azioni da intraprendere durante una scalata o un trekking, si pone alla pari senza ergersi a leader. Ritiene gli esseri umani tutti uguali, ognuno con le proprie qualità e fragilità, e che non è la quota raggiunta ad elevarli ad un livello superiore …

La breve intervista che segue è prova tangibile del suo pudore di apparire e della sobrietà che lo caratterizza. Doti esclusive delle persone di intelligenza e umanità superiori.

 

Cosa fai domenica?

Vado al Tagliaferro.

I vegn anca mì

Va bene, ma facciamo la cresta nord, c’è da arrampicare …

Cosa sarà mai, i sareu ben bun da tiremi su’.

Questo il dialogo di Martino, il giorno precedente alla sua prima esperienza di arrampicata.

La mattina seguente, si presenta con abbigliamento da scampagnata: pantaloncini corti, una maglietta e nello zaino non mancava il nettare d’uva. Iniziano la salita, il procedere non è veloce, il tempo si guasta.  Mentre, infreddolito attende che il primo di cordata  salga la temuta “placca”, un tale Danilo Saettone li supera e con una delle sue proverbiali battute lo apostrofa ”giovane” pensavi di andare in spiaggia?

Da quel lontano 1975, Martino nato a Cravagliana nel 1949, di montagna ne ha fatta. 

Innumerevoli le salite sulle Alpi. Tra le più significative, il Monte Bianco per la via del Pilone Centrale; Parete Est delle Grand Jorasses; al Petit Dru la via Bonatti e la via Americana con concatenamento della via dei Francesi. Sul Monte Rosa tutte le salite oltre ad alcune prime assolute. In Dolomiti, estreme vie di roccia.

Nelle spedizioni extra europee, 1° salita in stile alpino alla cresta nord del Diran Peak mt. 7266; 1° salita assoluta al Pastore Peak mt. 6208; 1° salita per cresta nord al Z8 mt. 6050; 1° salita allo sperone sud del Taulliraju mt. 5830; Alpamayo mt. 5947 via Ferrari; Anconcagua mt. 6959; Nello Yosemite la via The Nose al  El Capitan.

Nel 1986 dopo 11 anni dalla sua prima arrampicata,  anella il Broad Peak mt. 8047 e dopo qualche giorno il K2 mt. 8611. Il Broad Peak lo sale in tre giorni dal campo base, con due bivacchi. Anche il K2 lo raggiunge in stile alpino: 3 luglio è al campo base,  il 5 luglio raggiunge la vetta dopo 2 bivacchi a 6600 e 7600 metri compiendo con Dorotei, Chamoux e Rakoncaj il record dei primi uomini al mondo a raggiungere il K2 dopo aver salito un 8000 poco prima.

 

D. Viene spontaneo chiederti, quando hai raggiunto la vetta del K2, a parte l’emozione di essere salito sulla montagna più alta al mondo dopo l’Everest, eri esausto dato che avevi salito qualche giorno prima il Broad Peak?

R. Il Broad Peak è una salita meno lunga del K2, ma più impegnativa per le difficoltà tecniche sia in ghiaccio che in roccia. Per noi era il primo 8000 e non eravamo ancora acclimatati. Per riuscire a salire con solo due bivacchi era indispensabile la velocità e quindi procedemmo slegati per non perdere tempo nelle manovre di corda. Ognuno badava a se stesso. Quando raggiunsi la vetta ero esausto e dissi ai compagni di scendere senza aspettarmi, avevo bisogno di riprendere energia. La mia andatura era più lenta, facevo pochi passi e dovevo fermarmi per riposare. Contemplavo la maestosità che mi circondava e riprendevo forza per ridiscendere di qualche altro metro. Nei passaggi impegnativi, mi concentravo per non commettere errori e metro dopo metro sono giunto sul plateau da dove l’itinerario continuava senza difficoltà, un po’ come scendere dal rivetto della capanna Margherita. Li mi sono rilassato e ho sostato a lungo nonostante fosse già sera. Giunsi in tenda che era notte fonda.

La salita del K2 la feci in scioltezza, senza particolari sforzi, ero acclimatato, come se fosse una salita delle nostre Alpi. Certo è molto lunga e il famoso collo di bottiglia che precede la cresta finale incute rispetto, ma lo percorsi tranquillamente sia  in salita che  in discesa senza l’utilizzo di corde. Anche in questa salita ognuno badava a se stesso.

 

D. Quindi il Broad Peak è la montagna che ricordi in modo particolare per le emozioni e le difficoltà?

R. Tutte le salite lasciano un ricordo indelebile, ma l’avventura che più mi ha entusiasmato per una serie di componenti che vanno dal sogno della realizzazione, all’impegno nel superare le difficoltà tecniche è la 1° salita per cresta Nord al Diran Peak mt. 7266, scalato in stile alpino con cinque bivacchi.

 

D. Si direbbe che l’avventura sulle cime più alte del mondo, le grandi salite, siano il tipo di alpinismo che prediligi. Ti cimenti ancora?

R. La Signal, la nord del Lyskamm, le vie della Brenva al Bianco, il Cervino, le ho percorse tante volte, prima con amici, poi con clienti: sono lunghe e richiedono impegno fisico. Hanno il fascino dell’alpinismo classico, ma per me, vuoi anche per l’età, hanno perso un po’ della magia che mi trasmettevano all’inizio della carriera alpinistica. Se qualche amico insiste, mi lascio convincere e si parte, come l’anno scorso al Cervino. Anche adesso, sono in partenza per il Huascaran (nota red.: la prima montagna di mt. 6768 salita da una spedizione extraeuropea Valsesiana, capeggiata da Danilo Saettone), ma prediligo trekking più tranquilli in Nepal, in Africa o sud America. In particolare lo sci alpinismo in Norvegia, è appuntamento annuale da ormai 20 anni.

 

D.

La modestia che ti caratterizza, oltre a non divulgare le tue imprese, nasconde le doti di free climbig.  Sei stato il primo a salire l’inviolata parete Calva aprendo ben due vie, dove fortissimi alpinisti di fama internazionale erano stati respinti. Da quel lontano 1984 diverse altre vie sono state aperte, ma ciò nonostante, recentemente con alcuni giovani Valsesiani hai aperto altre 2 nuove vie, superando le massime difficoltà tecniche. Dunque ti esprimi ancora ai massimi livelli nell’arrampicata sportiva?

R. Mi piace arrampicare, ma dire ai massimi livelli è troppo. Faccio a malapena il 7a (nota red.: nella scala UIAA equivale al 8° superiore).  Per difficoltà superiori necessità allenarsi in modo specifico e questo non rientra nella mia filosofia. Arrampico per divertirmi non per dimostrare di essere bravo o superare me stesso. Non l’ho mai fatto nemmeno da giovane, figuriamoci a 67 anni.

 

D. Cosa pensi del  nuovo modo di concepire l’arrampicata di oggi?

R. Ho iniziato a frequentare la montagna salendo vie classiche,  che considero la massima espressione di vivere il fascino dell’avventura. Anche l’arrampicata fine a se stessa mi ha e continua ad affascinarmi perché anch’essa, se affrontata con un confronto leale con la roccia e le difficoltà, trasmette la seduzione dell’ignoto. Oggi si tende, in nome della sicurezza, eliminare l’aspetto dell’ingaggio che riduce l’azione a semplice gesto atletico, privandolo dalla componente psicologica e poetica.

 

D. Vuoi dire che si chioda troppo, con uso indiscriminato di spit? Che ci si è dimenticati dell’arrampicata pulita in voga nello Yosemite?

R. Non sono contrario allo spit, ma deve essere usato con intelligenza. Voglio dire che se necessita fare un buco per un passaggio altrimenti insuperabile, si può fare. Non sono d’accordo a spittare per limitate capacità …

 

D. Hai mai abusato di spit o chiodato in modo non etico?

R. Ho usato spit con parsimonia e la mia chiodatura molto lunga ne è la testimonianza. Per quanto riguarda l’etica, in passato ho chiodato dall’alto una via alla Torre di Boccioleto. Non lo rifarei più, ma in quei tempi era consuetudine e forse mi sono fatto condizionare. Ammetto di aver sbagliato.

 

D. C’è stato qualche alpinista che ti ha fatto da maestro o comunque hai ammirato?

R. Ricordo con nostalgia e affetto Emilio De Tomasi, alpinista eccelso di una generosità infinta. Più istruttore che guida alpina perché con lui non dovevi imparare dalle sue gesta,  ti insegnava, ti suggeriva. Quando partecipai alle spedizioni extra europee, Gianni Calcagno fu un punto di riferimento.

 

D. Oggi si dibatte sull’utilizzo dell’eliski. Cosa ne pensi?

R. Senza dubbio prevale l’aspetto economico, dimenticando la salvaguardia dell’integrità ambientale che è il nostro palcoscenico. L’ambiente selvaggio ci attrae proprio perché distante dalla cultura urbana, quindi perché omologarlo riducendone le difficoltà?  Facendo un’analisi economica, ritengo che la ricaduta dei benefici sia solo per le compagnie  di elicotteri a scapito delle risorse che la montagna offre. Noi guide  alpine trarremmo più profitto se i clienti li accompagnassimo in salite di sci-alpinismo: saremmo pagati per l’impegno di un giorno intero e non solo per una discesa. E poi non dimentichiamo l’educazione che si offrirebbe nell’illustrare il fascino della montagna invernale e la conoscenza del manto nevoso, indispensabile per la sicurezza.

 

D. In conclusione, hai un consiglio per i giovani?

R. Non sono nessuno, che consigli posso dare? Ognuno ha le proprie motivazioni nel vivere la montagna. Escursionismo, alpinismo, arrampicata sportiva sono attività che offrono la possibilità di forti emozioni. Emozioni che scaturiscono dal rapporto dell’uomo con la natura, se tale rapporto non è leale, le emozioni diventano un surrogato. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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